Archivio mensile:agosto 2013

Putin, l’Ucraina e il futuro di Eurasia

Qualcosa sta accadendo quest’estate che potrebbe avere pesanti ripercussioni sulla politica estera dell’Ue e degli Usa, e non è ciò che infiamma le piazze del Medio oriente. La silenziosa guerra doganale che si sta combattendo in questi giorni tra Russia e Ucraina è qualcosa di più di una «guerra del cioccolato», come è stata derubricata da parte della stampa italiana. E meriterebbe qualcosa di più delle terze o quarte pagine dei quotidiani.

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Tutto è cominciato a fine luglio con un blocco alla dogana dei cioccolatini della fabbrica ucraina Roshen – peraltro di proprietà di Petro Poroshenko, ex ministro degli esteri del governo Yushchenko – sospettati di contenere tracce di benzopirene, e sta culminando in questi giorni con un blocco di tutte le importazioni e la minaccia di annullare gli accordi di libero commercio con l’Ucraina.

L’Ucraina al bivio

La dura presa di posizione di Mosca segue di pochi giorni la visita a Kiev di Vladimir Putin, durante la quale il capo del Cremlino ha caldeggiato l’integrazione del Paese nell’Unione doganale insieme a Kazakistan e Bielorussia, e a ridosso della fatidica firma dell’Accordo di Associazione (AA) all’Unione Europea, che potrebbe essere apposta già a novembre a Vilnius.

L’Ucraina – eternamente in bilico tra le sue due anime, una russa e l’altra europea – si trova ancora una volta al bivio tra Oriente e Occidente. Il suo presidente, il “russo” Viktor Yanukovich, si è da sempre mostrato un campione di equilibrismo, indicando agli ucraini occidentali (smaniosi di entrare nell’Ue) la via per Bruxelles, ma marciando in direzione di Mosca a braccetto delle province orientali russofone. Da un lato l’Ue, in mancanza di una chiara strategia nell’approccio ai margini orientali dell’Unione, ha finito per subordinare qualunque passo avanti nel percorso di integrazione alla liberazione dal carcere di Yulia Timoshenko, argomento su cui Yanukovich si è mostrato più sordo di chi non vuol sentire. Dall’altro lato la Russia, dopo due decenni passati ad attrarre Kiev sotto la propria influenza a colpi di clava energetica, non si accontenta più di avere un presidente “amico”. E se l’ambiguità di Yanukovich gli ha permesso fino a oggi di abdicare di fatto alla politica estera per consolidare il potere in patria, il “russo” di Kiev deve fare oggi i conti con qualcosa di nuovo: l’Unione Eurasiatica.

Il futuro di Eurasia

Il fatto è che oggi Putin ha bisogno dell’Ucraina più che mai. Il progetto dell’Unione Eurasiatica modellata su quella europea fu lanciato da Putin poco meno di due anni fa, prima ancora di dare inizio al suo terzo mandato, e già oggi un’Unione doganale e uno Spazio economico comune legano Russia, Bielorussia e Kazakistan: viaggiando da Mosca a Minsk o Astana non si incontra più alcuna frontiera, non ci sono controlli, non servono visti, proprio come nell’area Schengen. Ma l’ambizioso progetto del Cremlino – che per alcuni osservatori potrebbe addirittura trattarsi di una riedizione de-ideologizzata dell’Urss, di cui già ricopre i due terzi – va ben oltre il semplice abbattimento delle frontiere tra tre Paesi ex-sovietici. Se l’adesione delle altre repubbliche centrasiatiche porterà a un’ulteriore estensione territoriale dell’Unione, solo l’ingresso dell’Ucraina potrà dotare questa nuova entità di un carattere panslavo e – in mancanza appunto di un collante ideologico – di un’identità riconoscibile e riconosciuta a livello internazionale. Solo questo getterebbe le basi a un’unione politica, senza contare l’importanza di sottrarre l’Ucraina all’Unione Europea e alla Nato, dopo l’emorragia dei Paesi baltici.

Le schermaglie doganali di questi giorni potrebbero essere solo un avvertimento di quello che Kiev avrebbe da aspettarsi qualora decidesse di perseguire la via europea. E la scelta di colpire l’azienda di un ex ministro del governo “arancione” sembra corroborare quest’impressione. La decisione di Yanukovich non sarà né facile né priva di costi per il Paese, e qualunque essa sia dovrà probabilmente essere barattata con un indebolimento del potere interno.

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Ma quale guerra fredda, è solo Putin

Ci risiamo. La cancellazione dell’incontro bilaterale tra Barack Obama e Vladimir Putin in seguito alll’affaire Snowden è soltanto l’ultima, in ordine di tempo, delle schermaglie che da alcuni anni stanno increspando i rapporti Russia-Usa. E tornano i continui richiami della stampa alla Guerra fredda. L’abbiamo già scritto in un editoriale per Meridiani all’epoca del Magnitsky Act: la Guerra fredda non c’entra niente.

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Il punto è che chiamare in causa gli anni della Cortina di ferro è fuorviante e fuori luogo. I rapporti tra i due paesi, nonostante tutte le differenze di vedute in politica estera, sono sempre più stretti su diversi fronti, dalla lotta al terrorismo alla ricerca spaziale, ma anche sul piano commerciale. Vedi da ultima l’abolizione dell’emendamento Jackson-Vanik, in vigore dal 1974, che ha aperto al commercio Russia-Usa su basi paritetiche.

Una questione di peso specifico

In un suo recente editoriale su La Stampa, Roberto Toscano mostra di pensarla come noi. «No, la Guerra fredda non sta ritornando. Mancano alcuni presupposti fondamentali: la contrapposizione di due ideologie globali; la forza militare dell’Unione Sovietica; la sua proiezione a livello mondiale ivi inclusa la capacità di stabilire alleanze “anti-imperialiste” con i rivoluzionari dei Paesi in via di sviluppo», scrive Toscano.

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Per prima cosa, dunque, è il peso specifico della Russia a non essere più quello dell’Urss, non tale da innescare un equilibrio di potenza tra i due Paesi. Putin però non ha mai fatto segreto di volere una Russia forte sul palcoscenico internazionale, è uno dei suoi principali obiettivi dal momento dell’ascesa al potere. L’accentramento dei poteri federali nelle mani del presidente e il sempre più aggressivo ricorso alla clava energetica nei rapporti con l’Europa e gli ex Stati satelliti non sono altro che diversi aspetti del più vasto piano putiniano, dell’idea di Russia che il leader russo ha in testa.

Il consenso in patria

Ma c’è dell’altro,  una causa interna. L’uomo duro del Cremlino, che nega di commuoversi durante la sua terza incoronazione e dà la colpa delle lacrime al vento gelido sulla piazza Rossa, il macho che dà l’esempio ai suoi compatrioti mostrando i muscoli, che fa la voce grossa con Washington, semplicemente piace ai russi. La Russia non è più quella degli anni ’90, debole e assetata di capitali esteri, ed è il momento di farlo vedere a tutti. È questo uno dei meriti che ogni russo riconosce a «zar Vladimir», aver restituito l’orgoglio di essere cittadini di una nazione che non prende ordini da nessuno.

La Guerra fredda era una partita a scacchi giocata sul mondo da una nomenclatura arroccata mentre ogni uomo sovietico, da Mosca a Vladivostok, sognava l’Occidente e l’American dream. Ma nella Russia dei grattacieli e dei mega centri commerciali, il soft power statunitense non fa più presa, nemmeno al cinema. Quello a cui assistiamo oggi non è altro che la vecchia, sottile arte della politica in salsa russa, fatta mostrando i bicipiti e gonfiando il petto.

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