Archivi giornalieri: 24 agosto 2013

Putin, l’Ucraina e il futuro di Eurasia

Qualcosa sta accadendo quest’estate che potrebbe avere pesanti ripercussioni sulla politica estera dell’Ue e degli Usa, e non è ciò che infiamma le piazze del Medio oriente. La silenziosa guerra doganale che si sta combattendo in questi giorni tra Russia e Ucraina è qualcosa di più di una «guerra del cioccolato», come è stata derubricata da parte della stampa italiana. E meriterebbe qualcosa di più delle terze o quarte pagine dei quotidiani.

russia border

Tutto è cominciato a fine luglio con un blocco alla dogana dei cioccolatini della fabbrica ucraina Roshen – peraltro di proprietà di Petro Poroshenko, ex ministro degli esteri del governo Yushchenko – sospettati di contenere tracce di benzopirene, e sta culminando in questi giorni con un blocco di tutte le importazioni e la minaccia di annullare gli accordi di libero commercio con l’Ucraina.

L’Ucraina al bivio

La dura presa di posizione di Mosca segue di pochi giorni la visita a Kiev di Vladimir Putin, durante la quale il capo del Cremlino ha caldeggiato l’integrazione del Paese nell’Unione doganale insieme a Kazakistan e Bielorussia, e a ridosso della fatidica firma dell’Accordo di Associazione (AA) all’Unione Europea, che potrebbe essere apposta già a novembre a Vilnius.

L’Ucraina – eternamente in bilico tra le sue due anime, una russa e l’altra europea – si trova ancora una volta al bivio tra Oriente e Occidente. Il suo presidente, il “russo” Viktor Yanukovich, si è da sempre mostrato un campione di equilibrismo, indicando agli ucraini occidentali (smaniosi di entrare nell’Ue) la via per Bruxelles, ma marciando in direzione di Mosca a braccetto delle province orientali russofone. Da un lato l’Ue, in mancanza di una chiara strategia nell’approccio ai margini orientali dell’Unione, ha finito per subordinare qualunque passo avanti nel percorso di integrazione alla liberazione dal carcere di Yulia Timoshenko, argomento su cui Yanukovich si è mostrato più sordo di chi non vuol sentire. Dall’altro lato la Russia, dopo due decenni passati ad attrarre Kiev sotto la propria influenza a colpi di clava energetica, non si accontenta più di avere un presidente “amico”. E se l’ambiguità di Yanukovich gli ha permesso fino a oggi di abdicare di fatto alla politica estera per consolidare il potere in patria, il “russo” di Kiev deve fare oggi i conti con qualcosa di nuovo: l’Unione Eurasiatica.

Il futuro di Eurasia

Il fatto è che oggi Putin ha bisogno dell’Ucraina più che mai. Il progetto dell’Unione Eurasiatica modellata su quella europea fu lanciato da Putin poco meno di due anni fa, prima ancora di dare inizio al suo terzo mandato, e già oggi un’Unione doganale e uno Spazio economico comune legano Russia, Bielorussia e Kazakistan: viaggiando da Mosca a Minsk o Astana non si incontra più alcuna frontiera, non ci sono controlli, non servono visti, proprio come nell’area Schengen. Ma l’ambizioso progetto del Cremlino – che per alcuni osservatori potrebbe addirittura trattarsi di una riedizione de-ideologizzata dell’Urss, di cui già ricopre i due terzi – va ben oltre il semplice abbattimento delle frontiere tra tre Paesi ex-sovietici. Se l’adesione delle altre repubbliche centrasiatiche porterà a un’ulteriore estensione territoriale dell’Unione, solo l’ingresso dell’Ucraina potrà dotare questa nuova entità di un carattere panslavo e – in mancanza appunto di un collante ideologico – di un’identità riconoscibile e riconosciuta a livello internazionale. Solo questo getterebbe le basi a un’unione politica, senza contare l’importanza di sottrarre l’Ucraina all’Unione Europea e alla Nato, dopo l’emorragia dei Paesi baltici.

Le schermaglie doganali di questi giorni potrebbero essere solo un avvertimento di quello che Kiev avrebbe da aspettarsi qualora decidesse di perseguire la via europea. E la scelta di colpire l’azienda di un ex ministro del governo “arancione” sembra corroborare quest’impressione. La decisione di Yanukovich non sarà né facile né priva di costi per il Paese, e qualunque essa sia dovrà probabilmente essere barattata con un indebolimento del potere interno.

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