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Perché ho sempre pensato fosse giusto indagare Vitaly Markiv e perché penso che la sua condanna sia una brutta pagina di storia giudiziaria

I processi si fanno per vederci chiaro. Quando c’è una morte, una testimonianza e un indiziato, il processo si fa – e si deve fare – per verificare quella testimonianza, accertare la posizione dell’indiziato e aggiungere un tassello nella ricerca delle responsabilità per la morte. Se la testimonianza risulta inconsistente e gli indizi a carico del sospetto si sgonfiano, il processo ha svolto comunque la sua funzione egregiamente: si toglie l’ombra del dubbio a carico di una persona e si concentrano le ricerche in altre direzioni. I processi non si fanno per condannare per forza qualcuno.

Il giorno dopo la morte di Andy Rocchelli e Andrej Mironov poco fuori Sloviansk, quei tre elementi c’erano già tutti. L’articolo pubblicato dal Corriere della Sera, a firma di Ilaria Morani, conteneva una confessione. Una confessione chiara e fatta da una persona facilmente identificabile. Delle due, l’una: o era falsa (o lo era l’intervista), o il caso era chiuso. Era impensabile non indagare. Credo di essere stato tra i primi in Italia a scriverlo, già qualche mese dopo. E ancora l’anno seguente, e poi ancora nel 2016, al termine delle indagini ucraine, quando ormai la morte di Andy cominciava a diventare un caso di interesse pubblico.

Ancora a ottobre di quell’anno, due anni e mezzo dopo la pubblicazione di quell’articolo, nessuno aveva sentito Morani, né gli ucraini né la procura di Pavia, che aveva già aperto un fascicolo. Pensavo che non ci fosse altra strada da percorrere: sapevo già che lei avrebbe opposto il segreto professionale per non rivelare l’identità del soldato – e così è stato – ma ero anche convinto che questo non avrebbe dovuto essere un ostacolo per i giudici. Morani mi confermò ancora una volta la genuinità di quell’intervista, aggiungendo qualche dettaglio: «La sua voce era strana, rotta, diversa dalle altre volte. Ha troncato la comunicazione più volte, sembrava essersi reso conto che era successo qualcosa di grave», mi disse.

Un paio di settimane dopo il mio articolo, Morani fu finalmente sentita dai giudici. Confermò il contenuto del suo articolo, ma non fece il nome. Markiv fu comunque identificato e arrestato nel 2017. In quell’occasione scrissi che la verità sulla morte di Rocchelli e Mironov si faceva più vicina. Mi sbagliavo.

 

Verità per Andy?

Scrissi: «È giusto indagare. È doveroso far luce sulla condotta di quella che allora era una truppa paramilitare fuori dal controllo della catena di comando regolare. Se dall’indagine emergerà che la morte di Rocchelli e Mironov è stata un tragico danno collaterale di un conflitto, i suoi genitori e tutti noi avremo la verità. Ma se dalle indagini dovesse emergere la responsabilità penale di qualcuno, è giusto che paghi». Non immaginavo che qualcuno, che Vitaly Markiv avrebbe pagato anche se non fosse emersa in modo incontrovertibile la sua responsabilità: in dubio, contra reum.

Non ho mai ficcato il naso nelle indagini, nella ricostruzione degli eventi; non mi sono mai messo a fare il Perry Mason come ho visto fare ad altri. Continuo a pensare che ognuno debba fare il proprio mestiere, i giudici il loro e io il mio: il giornalista. E allora penso che l’idea che Rocchelli sia stato ucciso per mettere a tacere una voce scomoda che svelava le magagne delle forze ucraine possa aiutare a dare un senso all’infinito dolore di una madre che ha perso il figlio. Ma sarebbe dovuta restare fuori dall’aula e dal dibattito pubblico.

Così come penso che sarebbero dovuti restare fuori dal processo anche il sindacato dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa, Fnsi, e l’associazione lombarda dei giornalisti, che invece si sono costituiti parte civile, e che pochi minuti dopo la condanna di Markiv, hanno comunicato di «Prendere atto con soddisfazione» della sentenza. E penso anche che non abbiano fatto bene alla serenità dei giudici popolari, insieme a tutti quegli articoli e servizi di miei colleghi che non hanno dato una gran prova di deontologia. Aver chiamato Markiv «assassino» è un abuso degno di querela per diffamazione. Per fortuna, non tutti i giornalisti sono uguali.

Nessuno dovrebbe gioire per la condanna di Markiv a 24 anni di carcere. Non necessariamente per spirito umano o amore di giustizia, ma per il semplice fatto che, ora che tutti hanno il loro capro espiatorio, a essere stata condannata per sempre è la verità sulla morte di Andy e Andrej.

 

Il referendum e il gas (russo)

Uno degli ultimi post che ho pubblicato sul mio profilo Facebook ha scatenato un piccolo polverone. Parlavo del referendum del 17 aprile, delle ragioni per cui io non andrò a votare e della dignità e legittimità dell’astensione.

Ma, com’era prevedibile, le questioni si sono ramificate come il delta del Danubio, e in ogni argomento e sottoargomento c’è un po’ di ragione.

Per semplicità, ricopio qui il testo del post:

Domenica faccio qualcosa per l’ambiente, vado a fare una passeggiata in montagna

Perché il referendum che si voterà in città è tutto sbagliato, a cominciare da come lo chiamiamo.

Perché le trivelle non c’entrano niente. Non riguarda le perforazioni sulla terra né quelle oltre le 12 miglia. E non riguarda le nuove trivellazioni entro le 12 miglia, perché sono già vietate dalla legge. Quando vi dicono che negli altri Paesi… be’, sono fregnacce.

Perché se si raggiunge il quorum e vincono i sì, l’ultima delle 92 piattaforme attualmente attive sarà smantellata nel 2034.

Perché quelle 92 piattaforme oggi in funzione entro le 12 miglia estraggono principalmente gas metano, quasi il 3% del fabbisogno nazionale, e appena lo 0,8% del fabbisogno nazionale di petrolio.

Perché se quelle piattaforme devono essere smantellate alla fine delle concessioni, quel gas e petrolio sarà lasciato lì dov’è. Bisognerà allora aumentare di quel 3% le importazioni di gas – anche dalla Russia – e di quello 0,8% di petrolio. Anche da chi trivella altrove nel Mediterraneo, con meno regole e meno garanzie.

Perché l’unico incidente della storia italiana è avvenuto nel 1965, durante l’installazione della piattaforma Paguro dell’Eni al largo di Ravenna. E l’installazione e la dismissione sono i momenti più critici nella vita delle piattaforme, non l’attività di estrazione.

Perché questo è diventato un referendum contro il governo, contro le lobby, contro i petrolieri, ma non si capisce bene a favore di cosa. Non certo dell’ambiente. Perché se vogliamo fare qualcosa per l’ambiente, allora, la domenica invece di andare al centro commerciale in macchina, facciamoci una pedalata. Andiamo a lavoro con i mezzi pubblici. Fanno schifo? E chi ha detto che per difendere l’ambiente non si debbano fare sacrifici?

Perché chiudere i pozzi già esistenti non c’entra una mazza con le rinnovabili. Perché se vogliamo dare una spinta all’uso delle fonti rinnovabili possiamo fare altre cose ben più concrete. Per esempio, chi di noi sceglie il fornitore dell’energia elettrica in base alla composizione delle fonti di produzione, anche se costa di più? (inciso, l’Italia è uno dei Paesi europei con la maggior quota di produzione energetica da fonti rinnovabili, e ha già raggiunto l’obiettivo 2020 del 17% fissato dall’Ue. In anticipo.)

Perché giocare a fare gli ambientalisti, mettere una crocetta sulla scheda domenica, lavarsi la coscienza e tornare immediatamente alle pessime e inquinanti abitudini è troppo facile. Meglio una passeggiata in montagna.

Rimando tutti ai commenti al post, che stanno arricchendo la discussione. Qui ho voglia solo di aggiungere qualcosa più in linea con il tema del blog. TAP sì, TAP no. Raddoppio del Nord Stream e abbandono del South Stream, rigassificatori e differenziazione delle fonti di approvvigionamento del gas. E, infine, dipendenza dal gas russo.

Delle 93 piattaforme interessate dal referendum, solo 11 estraggono (anche) petrolio. Tutto il resto è gas. Pari a circa il 30% della produzione nazionale e circa il 3% del fabbisogno. Siamo una nazione energivora, consumiamo un sacco di gas metano, ne importiamo la quasi totalità e la nostra produzione è piccola cosa rispetto al nostro fabbisogno. Vogliamo rinunciare anche a quella?

Mi sbagliavo

Fino a poche settimane fa non avevo un account Facebook personale. Non mi piace e non mi è mai piaciuto, così come non mi sono mai piaciute tutte le forme social del web. Naturalmente non potevo resistere per sempre. Da quando ho un mio profilo, mi limito a condividere gli articoli che scrivo per altre testate. Mi sono iscritto a diversi gruppi, compreso questo. Speravo che, essendo moderato, si potesse sviluppare un dibattito altrettanto moderato tra chi la pensa come me e chi no. Mi sbagliavo. Qui sotto c’è la schermata dei commenti a un recente articolo sull’Unione eurasiatica. Nessuno ha scritto niente in merito all’articolo, molti si sono limitati a offese personali. Secondo me bastava dire che non erano d’accordo. Mi sono cancellato da quel gruppo, ma loro vanno avanti da soli. C’è un modo per confrontarsi serenamente su Facebook?

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