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Tutte le strade portano a Mosca. Anche quelle di Lavis

Dal piccolo paese alle porte di Trento ai mille tentacoli delle attività russe all’estero, il passo è incredibilmente breve. Una prova vivente? Stella Khorosheva, più nota forse tra gli ostaggi e le vittime dei militari russi in Donbass che tra gli elettori di Lavis, dove ora è candidata al consiglio comunale (1).La signora Khorosheva è stata infatti una figura tutt’altro che secondaria durante la sanguinosa occupazione di Sloviansk, cittadina nell’est dell’Ucraina (2). Occupazione costellata di crimini comuni e di guerra, dal rapimento e tortura di civili (tra cui giornalisti) all’esecuzione extragiudiziale di ostaggi.

Collaboratrice stretta dell’autoproclamato “sindaco” della città, il veterano dell’Afghanistan Vyacheslav Ponomarev, e portavoce delle “autorità” separatiste della prima ora, la signora Khorosheva era l’interfaccia principale di tutti i media, da quelli russi fino alla Bbc (3). Mentre la signora Khorosheva occupava il suo ufficio fianco a fianco con il “sindaco” Ponomarëv, lui spazzava via da Sloviansk la popolazione Rom (4), faceva rapire e incarcerare il giornalista americano Simon Ostrovsky (5), e un numero ancora imprecisato di civili semplicemente sparivano nel nulla (6).

Nei giorni in cui Simon Ostrovsky marciva in un sotterraneo, era lei che si occupava di spiegare ai media perché fosse lì.Durante l’allegra amministrazione Ponomarëv-Khorosheva, l’altro uomo forte delle forze di occupazione, l’ex agente dell’Fsb russo Igor Girkin detto Strelkov (ricercato da un tribunale olandese per l’abbattimento del volo Malaysia MH17, 398 morti), firmava ordini di esecuzione di civili sulla base di un decreto emanato da Stalin nel 1941 (7). Alcuni di loro sono stati trovati in una fossa comune dopo la liberazione della città (8).

Ponomarev è fuggito chissà dove, Girkin ha trovato riparo in Russia, mentre la signora Khorosheva ha scelto il più ridente Trentino dove, appunto, ora ambisce a un posto di consigliere comunale.Evidentemente, l’esperienza nell'”amministrazione” di Sloviansk fa curriculum.

Note:

1. https://www.ildolomiti.it/politica/2020/elezioni-a-lavis-la-lega-lancia-la-sfida-a-brugnara-il-ripristino-e-la-salvaguardia-della-legalita-sul-territorio-comunale-e-una-priorita

2. https://www.youtube.com/watch?v=vh20Db2TkjA

3.https://www.bbc.com/ukrainian/ukraine_in_russian/2014/05/140503_ru_s_sbu_gubarev_exchange

4. http://ukrainianpolicy.com/pro-russian-separatists-loot-assault-romani-in-sloviansk/

5. http://mashable.com/2014/04/22/vice-journalist-captured-ukraine/

6. https://www.youtube.com/watch?v=UBsEkF_GY0E

7. https://www.rferl.org/a/the-executioners-of-slovyansk/30743132.html8. http://khpg.org/en/index.php?id=1597801489

Ci sono storie, come quella di Andrea Rocchelli

Ci sono storie che meritano rispetto. Storie che non devono e non possono essere liquidate con poche informazioni sommarie, riciclate, prive persino del più piccolo elemento di analisi o di indagine. La storia della morte di Andrea Rocchelli e Andrej Mironov non merita le quattro pagine che oggi dedica loro Mario Calabresi sul Venerdì di Repubblica.

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“Ci sono storie…”, inizia così l’articolo firmato da uno dei nomi più rispettati del giornalismo italiano. Un articolo che viene presentato come un’inchiesta, una storia di copertina che rompe – finalmente – la pandemia di notizie che ci affligge a tre mesi. Il Venerdì è un giornale per il quale ho avuto l’onore di scrivere. E quindi mi spiace particolarmente dover dire le cose come stanno: che quella che viene venduta in copertina come “La vera storia di Andy Rocchelli” è un pezzo che non ha nulla dell’inchiesta giornalistica. Un articolo fumoso, vuoto, riempito dell’ingombrante presenza della voce dell’autore, che si racconta in prima persona. E di retorica, da parte di quella stampa che guarda ai freelance come giornalisti di serie B, che non risponde alle loro email, che non dà mai nessuna certezza di comprare le loro storie prima che si imbarchino verso destinazioni pericolose, guerre e aree di crisi. Prima che investano professionalità, vita e danari, nella speranza di ricavarne del denaro per vivere e una professione. E anche per questo i freelance – com’era Rocchelli – son quelli che rischiano di più. Che devono proporre al direttore o al caposervizio (chissà se leggerà la loro email, chissà se si degnerà di rispondere) la storia più figa, la foto più forte. Ne so qualcosa, lo sono stato anch’io. E lo dice anche la mamma di Andrea, Elisa Signori: non riusciva mai ad avere un assignement, partiva solo con la speranza poi di vendere le sue foto. Quegli stessi direttori, capiservizio, firme di grido che oggi si riempiono la bocca e la penna col suo nome.

Ma quello di Calabresi è soprattutto un articolo costellato di informazioni sommarie, di imbeccate di parte, di anacronistiche imprecisioni. Così tante che ce le si potrebbe aspettare da un giornalista inesperto o fazioso, non da un valido e rispettato professionista come è lui. Da un giornalista inesperto o fazioso ci si potrebbe aspettare di leggere che Andrea e Andrej sono stati uccisi “da un’imboscata militare … per eliminare un gruppo di fastidiosi fotografi”, tesi sconfessata nella stessa sentenza; da un giornalista inesperto o fazioso ci si potrebbe aspettare di leggere che “raffiche di kalashikov dalla collina” possano colpire a 1800 metri di distanza; da un giornalista inesperto o fazioso ci si potrebbe aspettare di leggere che la guardia nazionale è un corpo di “paramilitari”; da un giornalista inesperto o fazioso ci si potrebbe aspettare di leggere un’inchiesta che riporta solo le voci dell’accusa e della parte civile, senza alcun bilanciamento.

Scrivevo di Rocchelli nel 2015, quando – allora sì che era vero – nessuno si ricordava della sua morte. Ho sollecitato un’inchiesta, ho indicato una via. Non ho smesso di occuparmene. Dov’erano allora la Federazione nazionale della stampa italiana, le associazioni dei giornalisti, le grandi firme? Quando non c’era da fare di Andrea una bandiera da sventolare? Una storia, quella della sua morte e della morte di Mironov, che ho fatto mia sin da quel 24 maggio 2014.

Mi hanno insegnato che un’inchiesta giornalistica non la si fa ripetendo per riassunto sommario la tesi dell’accusa di un processo, le parole degli avvocati di parte civile, e nemmeno il dolore (è immenso: ci vuole rispetto!) di chi ha perso un figlio. Mi hanno insegnato che un’inchiesta giornalistica si fa cercando le incongruenze, facendo domande, andando a vedere lì dove gli altri non sono andati: scavando. Ed è questo che stiamo facendo da quasi un anno io e i miei validissimi colleghi Olga Tokariuk, Cristiano Tinazzi e Ruben Lagattolla. Abbiamo preso le carte del processo e siamo andati lì sul posto a vedere le cose. Abbiamo raccolto testimonianze inedite, rintracciato chi era in quel maledetto fossato con Andrea e Andrej e che nemmeno la procura di Pavia era riuscita o aveva voluto cercare. Abbiamo cercato, indagato, fatto domande, dato fastidio. Abbiamo anche avuto molte porte sbattute in faccia. Soprattutto da colleghi italiani. Qualcuno ce lo ha detto chiaro, che aveva paura di parlare, di raccontare una verità diversa da quella ufficiale, paura di non trovare più lavoro, che nessuno gli avrebbe pubblicato più nulla. Qualcun altro semplicemente non voleva inimicarsi nessuno, scontentare nessuno. Ce lo hanno detto chiaro. E noi siamo andati avanti, non certo per farci chiamare “i detrattori italiani di Andrea Rocchelli”. Ma proprio perché crediamo che è così che si facciano le inchieste. E anche perché siamo convinti che sia questo il modo migliore per onorare la memoria di Andrea. Perché una domanda ci insegue: come la racconterebbe lui, come la racconterebbe Andrea Rocchelli questa storia? Lui che amava la verità. Amava le persone e le loro storie. Lo dicono tutti quelli che lo hanno conosciuto. Ma più di tutto lo dicono i suoi lavori, le sue fotografie.
Lui era lì in Ucraina, insieme al compagno di lavoro Andrej Mironov, proprio per cercare verità. Verità e giustizia per le vittime civili innocenti della guerra. E lì è morto, facendo il suo lavoro.
E allora, come si comporterebbe Andrea davanti all’uccisione di due colleghi, a un processo indiziario, alla condanna di un capro espiatorio, a un’inchiesta a senso unico, in una parola, alla mancanza di verità e giustizia? Come farebbe il suo lavoro? Non andrebbe forse a scavare, a cercare, anche controcorrente? Non darebbe ascolto a tutte le testimonianze? Si accontenterebbe di una verità facile e fallace, comoda?
La storia di Andrea Rocchelli e Andrej Mironov, il loro sacrificio per l’informazione merita rispetto. E una seria inchiesta.

Perché ho sempre pensato fosse giusto indagare Vitaly Markiv e perché penso che la sua condanna sia una brutta pagina di storia giudiziaria

I processi si fanno per vederci chiaro. Quando c’è una morte, una testimonianza e un indiziato, il processo si fa – e si deve fare – per verificare quella testimonianza, accertare la posizione dell’indiziato e aggiungere un tassello nella ricerca delle responsabilità per la morte. Se la testimonianza risulta inconsistente e gli indizi a carico del sospetto si sgonfiano, il processo ha svolto comunque la sua funzione egregiamente: si toglie l’ombra del dubbio a carico di una persona e si concentrano le ricerche in altre direzioni. I processi non si fanno per condannare per forza qualcuno.

Il giorno dopo la morte di Andy Rocchelli e Andrej Mironov poco fuori Sloviansk, quei tre elementi c’erano già tutti. L’articolo pubblicato dal Corriere della Sera, a firma di Ilaria Morani, conteneva una confessione. Una confessione chiara e fatta da una persona facilmente identificabile. Delle due, l’una: o era falsa (o lo era l’intervista), o il caso era chiuso. Era impensabile non indagare. Credo di essere stato tra i primi in Italia a scriverlo, già qualche mese dopo. E ancora l’anno seguente, e poi ancora nel 2016, al termine delle indagini ucraine, quando ormai la morte di Andy cominciava a diventare un caso di interesse pubblico.

Ancora a ottobre di quell’anno, due anni e mezzo dopo la pubblicazione di quell’articolo, nessuno aveva sentito Morani, né gli ucraini né la procura di Pavia, che aveva già aperto un fascicolo. Pensavo che non ci fosse altra strada da percorrere: sapevo già che lei avrebbe opposto il segreto professionale per non rivelare l’identità del soldato – e così è stato – ma ero anche convinto che questo non avrebbe dovuto essere un ostacolo per i giudici. Morani mi confermò ancora una volta la genuinità di quell’intervista, aggiungendo qualche dettaglio: «La sua voce era strana, rotta, diversa dalle altre volte. Ha troncato la comunicazione più volte, sembrava essersi reso conto che era successo qualcosa di grave», mi disse.

Un paio di settimane dopo il mio articolo, Morani fu finalmente sentita dai giudici. Confermò il contenuto del suo articolo, ma non fece il nome. Markiv fu comunque identificato e arrestato nel 2017. In quell’occasione scrissi che la verità sulla morte di Rocchelli e Mironov si faceva più vicina. Mi sbagliavo.

 

Verità per Andy?

Scrissi: «È giusto indagare. È doveroso far luce sulla condotta di quella che allora era una truppa paramilitare fuori dal controllo della catena di comando regolare. Se dall’indagine emergerà che la morte di Rocchelli e Mironov è stata un tragico danno collaterale di un conflitto, i suoi genitori e tutti noi avremo la verità. Ma se dalle indagini dovesse emergere la responsabilità penale di qualcuno, è giusto che paghi». Non immaginavo che qualcuno, che Vitaly Markiv avrebbe pagato anche se non fosse emersa in modo incontrovertibile la sua responsabilità: in dubio, contra reum.

Non ho mai ficcato il naso nelle indagini, nella ricostruzione degli eventi; non mi sono mai messo a fare il Perry Mason come ho visto fare ad altri. Continuo a pensare che ognuno debba fare il proprio mestiere, i giudici il loro e io il mio: il giornalista. E allora penso che l’idea che Rocchelli sia stato ucciso per mettere a tacere una voce scomoda che svelava le magagne delle forze ucraine possa aiutare a dare un senso all’infinito dolore di una madre che ha perso il figlio. Ma sarebbe dovuta restare fuori dall’aula e dal dibattito pubblico.

Così come penso che sarebbero dovuti restare fuori dal processo anche il sindacato dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa, Fnsi, e l’associazione lombarda dei giornalisti, che invece si sono costituiti parte civile, e che pochi minuti dopo la condanna di Markiv, hanno comunicato di «Prendere atto con soddisfazione» della sentenza. E penso anche che non abbiano fatto bene alla serenità dei giudici popolari, insieme a tutti quegli articoli e servizi di miei colleghi che non hanno dato una gran prova di deontologia. Aver chiamato Markiv «assassino» è un abuso degno di querela per diffamazione. Per fortuna, non tutti i giornalisti sono uguali.

Nessuno dovrebbe gioire per la condanna di Markiv a 24 anni di carcere. Non necessariamente per spirito umano o amore di giustizia, ma per il semplice fatto che, ora che tutti hanno il loro capro espiatorio, a essere stata condannata per sempre è la verità sulla morte di Andy e Andrej.

 

Il referendum e il gas (russo)

Uno degli ultimi post che ho pubblicato sul mio profilo Facebook ha scatenato un piccolo polverone. Parlavo del referendum del 17 aprile, delle ragioni per cui io non andrò a votare e della dignità e legittimità dell’astensione.

Ma, com’era prevedibile, le questioni si sono ramificate come il delta del Danubio, e in ogni argomento e sottoargomento c’è un po’ di ragione.

Per semplicità, ricopio qui il testo del post:

Domenica faccio qualcosa per l’ambiente, vado a fare una passeggiata in montagna

Perché il referendum che si voterà in città è tutto sbagliato, a cominciare da come lo chiamiamo.

Perché le trivelle non c’entrano niente. Non riguarda le perforazioni sulla terra né quelle oltre le 12 miglia. E non riguarda le nuove trivellazioni entro le 12 miglia, perché sono già vietate dalla legge. Quando vi dicono che negli altri Paesi… be’, sono fregnacce.

Perché se si raggiunge il quorum e vincono i sì, l’ultima delle 92 piattaforme attualmente attive sarà smantellata nel 2034.

Perché quelle 92 piattaforme oggi in funzione entro le 12 miglia estraggono principalmente gas metano, quasi il 3% del fabbisogno nazionale, e appena lo 0,8% del fabbisogno nazionale di petrolio.

Perché se quelle piattaforme devono essere smantellate alla fine delle concessioni, quel gas e petrolio sarà lasciato lì dov’è. Bisognerà allora aumentare di quel 3% le importazioni di gas – anche dalla Russia – e di quello 0,8% di petrolio. Anche da chi trivella altrove nel Mediterraneo, con meno regole e meno garanzie.

Perché l’unico incidente della storia italiana è avvenuto nel 1965, durante l’installazione della piattaforma Paguro dell’Eni al largo di Ravenna. E l’installazione e la dismissione sono i momenti più critici nella vita delle piattaforme, non l’attività di estrazione.

Perché questo è diventato un referendum contro il governo, contro le lobby, contro i petrolieri, ma non si capisce bene a favore di cosa. Non certo dell’ambiente. Perché se vogliamo fare qualcosa per l’ambiente, allora, la domenica invece di andare al centro commerciale in macchina, facciamoci una pedalata. Andiamo a lavoro con i mezzi pubblici. Fanno schifo? E chi ha detto che per difendere l’ambiente non si debbano fare sacrifici?

Perché chiudere i pozzi già esistenti non c’entra una mazza con le rinnovabili. Perché se vogliamo dare una spinta all’uso delle fonti rinnovabili possiamo fare altre cose ben più concrete. Per esempio, chi di noi sceglie il fornitore dell’energia elettrica in base alla composizione delle fonti di produzione, anche se costa di più? (inciso, l’Italia è uno dei Paesi europei con la maggior quota di produzione energetica da fonti rinnovabili, e ha già raggiunto l’obiettivo 2020 del 17% fissato dall’Ue. In anticipo.)

Perché giocare a fare gli ambientalisti, mettere una crocetta sulla scheda domenica, lavarsi la coscienza e tornare immediatamente alle pessime e inquinanti abitudini è troppo facile. Meglio una passeggiata in montagna.

Rimando tutti ai commenti al post, che stanno arricchendo la discussione. Qui ho voglia solo di aggiungere qualcosa più in linea con il tema del blog. TAP sì, TAP no. Raddoppio del Nord Stream e abbandono del South Stream, rigassificatori e differenziazione delle fonti di approvvigionamento del gas. E, infine, dipendenza dal gas russo.

Delle 93 piattaforme interessate dal referendum, solo 11 estraggono (anche) petrolio. Tutto il resto è gas. Pari a circa il 30% della produzione nazionale e circa il 3% del fabbisogno. Siamo una nazione energivora, consumiamo un sacco di gas metano, ne importiamo la quasi totalità e la nostra produzione è piccola cosa rispetto al nostro fabbisogno. Vogliamo rinunciare anche a quella?

Mi sbagliavo

Fino a poche settimane fa non avevo un account Facebook personale. Non mi piace e non mi è mai piaciuto, così come non mi sono mai piaciute tutte le forme social del web. Naturalmente non potevo resistere per sempre. Da quando ho un mio profilo, mi limito a condividere gli articoli che scrivo per altre testate. Mi sono iscritto a diversi gruppi, compreso questo. Speravo che, essendo moderato, si potesse sviluppare un dibattito altrettanto moderato tra chi la pensa come me e chi no. Mi sbagliavo. Qui sotto c’è la schermata dei commenti a un recente articolo sull’Unione eurasiatica. Nessuno ha scritto niente in merito all’articolo, molti si sono limitati a offese personali. Secondo me bastava dire che non erano d’accordo. Mi sono cancellato da quel gruppo, ma loro vanno avanti da soli. C’è un modo per confrontarsi serenamente su Facebook?

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