Ci sono storie, come quella di Andrea Rocchelli

Ci sono storie che meritano rispetto. Storie che non devono e non possono essere liquidate con poche informazioni sommarie, riciclate, prive persino del più piccolo elemento di analisi o di indagine. La storia della morte di Andrea Rocchelli e Andrej Mironov non merita le quattro pagine che oggi dedica loro Mario Calabresi sul Venerdì di Repubblica.

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“Ci sono storie…”, inizia così l’articolo firmato da uno dei nomi più rispettati del giornalismo italiano. Un articolo che viene presentato come un’inchiesta, una storia di copertina che rompe – finalmente – la pandemia di notizie che ci affligge a tre mesi. Il Venerdì è un giornale per il quale ho avuto l’onore di scrivere. E quindi mi spiace particolarmente dover dire le cose come stanno: che quella che viene venduta in copertina come “La vera storia di Andy Rocchelli” è un pezzo che non ha nulla dell’inchiesta giornalistica. Un articolo fumoso, vuoto, riempito dell’ingombrante presenza della voce dell’autore, che si racconta in prima persona. E di retorica, da parte di quella stampa che guarda ai freelance come giornalisti di serie B, che non risponde alle loro email, che non dà mai nessuna certezza di comprare le loro storie prima che si imbarchino verso destinazioni pericolose, guerre e aree di crisi. Prima che investano professionalità, vita e danari, nella speranza di ricavarne del denaro per vivere e una professione. E anche per questo i freelance – com’era Rocchelli – son quelli che rischiano di più. Che devono proporre al direttore o al caposervizio (chissà se leggerà la loro email, chissà se si degnerà di rispondere) la storia più figa, la foto più forte. Ne so qualcosa, lo sono stato anch’io. E lo dice anche la mamma di Andrea, Elisa Signori: non riusciva mai ad avere un assignement, partiva solo con la speranza poi di vendere le sue foto. Quegli stessi direttori, capiservizio, firme di grido che oggi si riempiono la bocca e la penna col suo nome.

Ma quello di Calabresi è soprattutto un articolo costellato di informazioni sommarie, di imbeccate di parte, di anacronistiche imprecisioni. Così tante che ce le si potrebbe aspettare da un giornalista inesperto o fazioso, non da un valido e rispettato professionista come è lui. Da un giornalista inesperto o fazioso ci si potrebbe aspettare di leggere che Andrea e Andrej sono stati uccisi “da un’imboscata militare … per eliminare un gruppo di fastidiosi fotografi”, tesi sconfessata nella stessa sentenza; da un giornalista inesperto o fazioso ci si potrebbe aspettare di leggere che “raffiche di kalashikov dalla collina” possano colpire a 1800 metri di distanza; da un giornalista inesperto o fazioso ci si potrebbe aspettare di leggere che la guardia nazionale è un corpo di “paramilitari”; da un giornalista inesperto o fazioso ci si potrebbe aspettare di leggere un’inchiesta che riporta solo le voci dell’accusa e della parte civile, senza alcun bilanciamento.

Scrivevo di Rocchelli nel 2015, quando – allora sì che era vero – nessuno si ricordava della sua morte. Ho sollecitato un’inchiesta, ho indicato una via. Non ho smesso di occuparmene. Dov’erano allora la Federazione nazionale della stampa italiana, le associazioni dei giornalisti, le grandi firme? Quando non c’era da fare di Andrea una bandiera da sventolare? Una storia, quella della sua morte e della morte di Mironov, che ho fatto mia sin da quel 24 maggio 2014.

Mi hanno insegnato che un’inchiesta giornalistica non la si fa ripetendo per riassunto sommario la tesi dell’accusa di un processo, le parole degli avvocati di parte civile, e nemmeno il dolore (è immenso: ci vuole rispetto!) di chi ha perso un figlio. Mi hanno insegnato che un’inchiesta giornalistica si fa cercando le incongruenze, facendo domande, andando a vedere lì dove gli altri non sono andati: scavando. Ed è questo che stiamo facendo da quasi un anno io e i miei validissimi colleghi Olga Tokariuk, Cristiano Tinazzi e Ruben Lagattolla. Abbiamo preso le carte del processo e siamo andati lì sul posto a vedere le cose. Abbiamo raccolto testimonianze inedite, rintracciato chi era in quel maledetto fossato con Andrea e Andrej e che nemmeno la procura di Pavia era riuscita o aveva voluto cercare. Abbiamo cercato, indagato, fatto domande, dato fastidio. Abbiamo anche avuto molte porte sbattute in faccia. Soprattutto da colleghi italiani. Qualcuno ce lo ha detto chiaro, che aveva paura di parlare, di raccontare una verità diversa da quella ufficiale, paura di non trovare più lavoro, che nessuno gli avrebbe pubblicato più nulla. Qualcun altro semplicemente non voleva inimicarsi nessuno, scontentare nessuno. Ce lo hanno detto chiaro. E noi siamo andati avanti, non certo per farci chiamare “i detrattori italiani di Andrea Rocchelli”. Ma proprio perché crediamo che è così che si facciano le inchieste. E anche perché siamo convinti che sia questo il modo migliore per onorare la memoria di Andrea. Perché una domanda ci insegue: come la racconterebbe lui, come la racconterebbe Andrea Rocchelli questa storia? Lui che amava la verità. Amava le persone e le loro storie. Lo dicono tutti quelli che lo hanno conosciuto. Ma più di tutto lo dicono i suoi lavori, le sue fotografie.
Lui era lì in Ucraina, insieme al compagno di lavoro Andrej Mironov, proprio per cercare verità. Verità e giustizia per le vittime civili innocenti della guerra. E lì è morto, facendo il suo lavoro.
E allora, come si comporterebbe Andrea davanti all’uccisione di due colleghi, a un processo indiziario, alla condanna di un capro espiatorio, a un’inchiesta a senso unico, in una parola, alla mancanza di verità e giustizia? Come farebbe il suo lavoro? Non andrebbe forse a scavare, a cercare, anche controcorrente? Non darebbe ascolto a tutte le testimonianze? Si accontenterebbe di una verità facile e fallace, comoda?
La storia di Andrea Rocchelli e Andrej Mironov, il loro sacrificio per l’informazione merita rispetto. E una seria inchiesta.

Perché ho sempre pensato fosse giusto indagare Vitaly Markiv e perché penso che la sua condanna sia una brutta pagina di storia giudiziaria

I processi si fanno per vederci chiaro. Quando c’è una morte, una testimonianza e un indiziato, il processo si fa – e si deve fare – per verificare quella testimonianza, accertare la posizione dell’indiziato e aggiungere un tassello nella ricerca delle responsabilità per la morte. Se la testimonianza risulta inconsistente e gli indizi a carico del sospetto si sgonfiano, il processo ha svolto comunque la sua funzione egregiamente: si toglie l’ombra del dubbio a carico di una persona e si concentrano le ricerche in altre direzioni. I processi non si fanno per condannare per forza qualcuno.

Il giorno dopo la morte di Andy Rocchelli e Andrej Mironov poco fuori Sloviansk, quei tre elementi c’erano già tutti. L’articolo pubblicato dal Corriere della Sera, a firma di Ilaria Morani, conteneva una confessione. Una confessione chiara e fatta da una persona facilmente identificabile. Delle due, l’una: o era falsa (o lo era l’intervista), o il caso era chiuso. Era impensabile non indagare. Credo di essere stato tra i primi in Italia a scriverlo, già qualche mese dopo. E ancora l’anno seguente, e poi ancora nel 2016, al termine delle indagini ucraine, quando ormai la morte di Andy cominciava a diventare un caso di interesse pubblico.

Ancora a ottobre di quell’anno, due anni e mezzo dopo la pubblicazione di quell’articolo, nessuno aveva sentito Morani, né gli ucraini né la procura di Pavia, che aveva già aperto un fascicolo. Pensavo che non ci fosse altra strada da percorrere: sapevo già che lei avrebbe opposto il segreto professionale per non rivelare l’identità del soldato – e così è stato – ma ero anche convinto che questo non avrebbe dovuto essere un ostacolo per i giudici. Morani mi confermò ancora una volta la genuinità di quell’intervista, aggiungendo qualche dettaglio: «La sua voce era strana, rotta, diversa dalle altre volte. Ha troncato la comunicazione più volte, sembrava essersi reso conto che era successo qualcosa di grave», mi disse.

Un paio di settimane dopo il mio articolo, Morani fu finalmente sentita dai giudici. Confermò il contenuto del suo articolo, ma non fece il nome. Markiv fu comunque identificato e arrestato nel 2017. In quell’occasione scrissi che la verità sulla morte di Rocchelli e Mironov si faceva più vicina. Mi sbagliavo.

 

Verità per Andy?

Scrissi: «È giusto indagare. È doveroso far luce sulla condotta di quella che allora era una truppa paramilitare fuori dal controllo della catena di comando regolare. Se dall’indagine emergerà che la morte di Rocchelli e Mironov è stata un tragico danno collaterale di un conflitto, i suoi genitori e tutti noi avremo la verità. Ma se dalle indagini dovesse emergere la responsabilità penale di qualcuno, è giusto che paghi». Non immaginavo che qualcuno, che Vitaly Markiv avrebbe pagato anche se non fosse emersa in modo incontrovertibile la sua responsabilità: in dubio, contra reum.

Non ho mai ficcato il naso nelle indagini, nella ricostruzione degli eventi; non mi sono mai messo a fare il Perry Mason come ho visto fare ad altri. Continuo a pensare che ognuno debba fare il proprio mestiere, i giudici il loro e io il mio: il giornalista. E allora penso che l’idea che Rocchelli sia stato ucciso per mettere a tacere una voce scomoda che svelava le magagne delle forze ucraine possa aiutare a dare un senso all’infinito dolore di una madre che ha perso il figlio. Ma sarebbe dovuta restare fuori dall’aula e dal dibattito pubblico.

Così come penso che sarebbero dovuti restare fuori dal processo anche il sindacato dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa, Fnsi, e l’associazione lombarda dei giornalisti, che invece si sono costituiti parte civile, e che pochi minuti dopo la condanna di Markiv, hanno comunicato di «Prendere atto con soddisfazione» della sentenza. E penso anche che non abbiano fatto bene alla serenità dei giudici popolari, insieme a tutti quegli articoli e servizi di miei colleghi che non hanno dato una gran prova di deontologia. Aver chiamato Markiv «assassino» è un abuso degno di querela per diffamazione. Per fortuna, non tutti i giornalisti sono uguali.

Nessuno dovrebbe gioire per la condanna di Markiv a 24 anni di carcere. Non necessariamente per spirito umano o amore di giustizia, ma per il semplice fatto che, ora che tutti hanno il loro capro espiatorio, a essere stata condannata per sempre è la verità sulla morte di Andy e Andrej.

 

Guerra in Ucraina, un glossario ragionato per i giornalisti

Partiamo da un aneddoto. Pochi giorni prima di essere eletto, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy, in uno dei suoi rari interventi in pubblico, ha parlato di “ribelli” per riferirsi ai separatisti filorussi delle cosiddette repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk. Apriti cielo. Quello che fino ad allora era a capo della Bankova e suo diretto avversario al ballottaggio, Poroshenko, lo ha subito attaccato dicendogli che non c’è nessun ribelle in Donbass, ma solo terroristi al soldo di Putin. Il giorno dopo il team di Poroshenko ha dovuto sudare sette camicie per ripulire tutti i post del presidente sui vari social network in cui, negli anni precedenti, lui stesso aveva parlato di “ribelli”.
Questa storia ci dice, da una parte, della pretestuosità di alcune scelte per riferirsi alle forze in campo nel conflitto ucraino, ma nello stesso tempo dell’importanza di usare la corretta terminologia. Per i politici, ma anche – e forse soprattutto – per noi giornalisti.

Contro l’evidenza
Dietro l’uso di uno o un altro aggettivo si nasconde l’affermazione del coinvolgimento o meno della Russia nel conflitto. Una questione che non riguarda solo i giornalisti e le testate italiane, contrariamente a quanto vorrebbero farvi credere alcuni.
Paul Niland, giornalista esperto d’Ucraina, in un suo articolo di qualche tempo fa per l’Atlantic Council, ha fatto un esempio di una frase che ricorre in quasi tutti gli articoli della stampa internazionale quando si parla della guerra in Donbass, «Mosca nega ogni coinvolgimento nel conflitto». Ovvio. Negare è quello che il Cremlino ha sempre fatto e – a onor del vero – quello che farebbe qualunque governo coinvolto in azioni belliche clandestine. I giornalisti che scrivono questo lo fanno (salvo poche eccezioni, anche qui: non fidatevi di chi vi dice il contrario) mossi dal nobile intento di dare un’informazione equilibrata, dando voce a tutte le parti. Paradossalmente, l’informazione arriva così ancora più distorta, perché manca di un pezzo fondamentale della storia, cioè tutte le prove eclatanti degli interventi armati russi in Ucraina, sia in Donbass che in Crimea. Prove ampiamente disponibili open source, verificate e fate proprie da organizzazioni internazionali, diplomatici, giornalisti, politici occidentali. Compito del giornalista non è fare da portavoce alle parti, ma conoscere i fatti. Se non li conosce, fa male il proprio lavoro; se li conosce ma li omette, fa un altro lavoro. È una colpa di cui non sono scevri la Bbc, la Reuters, il Guardian, così come molte testate italiane.
E allora Niland suggerisce di scrivere sempre quella frase con una piccola aggiunta: «Mosca nega ogni coinvolgimento nel conflitto, nonostante le schiaccianti prove contrarie».

I termini da preferire

Definire correttamente quello che è successo dal 2014 in poi in Ucraina significa usare termini appropriati. Quando la Russia si è presa la Crimea con l’uso della forza militare, violando unilateralmente la sovranità territoriale ucraina e le norme internazionali, i media di Mosca hanno bandito il termine «annessione». Si parlava di «ritorno» della penisola alla sua «patria naturale». Ma noi, che facciamo informazione e non siamo i portavoce del Cremlino dobbiamo parlare di annessione.

E così veniamo all’aneddoto iniziale. Come chiamare gli uomini che hanno imbracciato le armi contro Kiev? Parliamo di un insieme eterogeneo di figure: mercenari russi, militari di Mosca in licenza e pagati per combattere clandestinamente, criminali in cerca di ricchezza, semplici volontari ingenuamente cooptati per la creazione della Novorossya, soldati regolari dell’esercito russo impiegati in blitz sui campi di battaglia. Come riferirsi a tutto questo insieme?

In una parte della stampa ucraina è de tempo invalso il termine «terroristi». Io non l’ho mai usato e lo sconsiglio. Denota è impreciso, non equilibrato, e denota una certa dose di faziosità. Nei giorni culminanti della Maidan, Yanukocich si riferiva ai manifestanti con quel termine, quando varò proprio norme antiterrorismo per fermare la piazza. È termine pericoloso. I combattenti delle cosiddette Dnr e Lnr non usano metodi terroristici di lotta. Fanno guerra.
Anche il termine «ribelli» non si addice fino in fondo, perché porta con sé l’idea di un gruppo che intende ribellarsi all’autorità per cambiarla. Decisamente meglio il vituperato «separatisti», perché è questo quello che (almeno all’inizio e almeno in parte e per differenti motivi) volevano in molti da quelle parti, cioè separarsi dal resto dell’Ucraina. E poi perché ogni volta che sono stato nei territori di guerra e l’ho usato, loro s’incazzavano: un buon indizio.
«Separatisti filorussi», va ancora meglio, e io stesso l’ho usato più volte. «Separatisti appoggiati dalla Russia» mi sembra oggi la definizione che meglio sintetizza la situazione, quella da preferire.
Se poi abbiamo spazio nel nostro articolo, ricordiamo in cosa consiste l’appoggio di Mosca: armi e munizioni, soldi, interventi militari diretti (i casi più documentati: le battaglie di Ilovaisk e Debaltseve), uso dell’artiglieria pesante dal confine russo verso il territorio ucraino, guerra elettronica con l’uso di jammer che mandano in tilt le comunicazioni dell’esercito di Kiev.

Per i colleghi di radio e televisione, aggiungo a margine: «Ucraìna», con l’accento sulla «i», sempre, che sia aggettivo o sostantivo.

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